Quattro dischi. Alcune delle numerose recensioni uscite negli anni. Parole, parole e ancora parole. Attente, generose e lusinghiere. Grazie a tutti i giornalisti. E buona lettura a voi.

HOUDINI (2015) recensioni su web e carta stampata dell’album pubblicate su Rockit/ RadioCoop/ Mat2020/ Music On Tnt/ Mola Mola/ Mescalina/ Impatto Sonoro/ Music Off/ Rock Lab Provocazione/ TraKs/ In Your Eyes Ezine/ Spazio Rock/ Sentireascoltare/ Music Alt/ Nerds Attack!/ Rockambula/ Indie Per Cui

ENCICLOPEDIA COMPLETA DI UNO SCONOSCIUTO (2013) recensioni su web e carta stampata dell’album pubblicate su Rockerilla/ Speciale Mescalina

IN APNEA (2011) recensioni su web e carta stampata del libro cd pubblicate su Corriere di RomagnaE20 RomagnaFuori dal MucchioIl Paradiso degli OrchiJamLa Brigata LolliLa StampaL’Isola Che Non C’EraMescalinaNerds AttackRockerillaRockolRumore

SPETTRI SOSPETTI (2008) recensioni su web e carta stampata dell’album pubblicate su AudiodromeBlow UpFuori dal MucchioIl TonnutoIo Donna Corriere della SeraJamLa Brigata LolliMusic On Tnt/RockerillaRockitXL di Repubblica

 

ROCKIT

Giuseppe Righini torna a quattro anni di distanza da “In apnea” (tralasciamo volutamente il divertissement “Enciclopedia completa di uno sconosciuto”), l’album che, in qualche modo, era riuscito a consacrare un talento di tutto rispetto. “Houdini”, a differenza del predecessore, vira con decisione verso un’elettronica più consistente, in grado di architettare suoni dominati da synth anni ’80 (anche se fanno capolino anche chitarra, basso, batteria e violoncello) e, al tempo stesso, da un’indiscutibile attrazione per la melodia. La voce del cantautore romagnolo cavalca dieci canzoni calde e avvolgenti, divise tra richiami ai Depeche Mode, spizzichi di Franco Battiato anni ’90, rimandi agli Air e ai Subsonica. E se “Magdalene” possiede un indubbio appeal radiofonico, “Monge motel” riesce nell’impresa di citare i Joy Division di “Love will tear us apart” (“L’amore ci separerà ancora”), mentre c’è una “Amsterdam” che sembra scritta apposta per omaggiare i Diaframma del tempo che fu (“La nostra canzone sarà Amsterdam”). Scritto a Berlino ma registrato nel Belpaese, “Houdini” è un lavoro che Giuseppe Righini ama definire “apolide”. Quasi una dichiarazione di intenti, un approccio verso una possibile via di fuga, un liberarsi dalle catene. D’altra parte, Harry Houdini, al quale il disco è dedicato, non era forse un campione di escapologia? (Giuseppe Catani) top

 

RADIOCOOP

Il cantautore romagnolo giunge al terzo album, ampliando lo spettro di influenze e approdando ad un’elettronica che guarda a Battiato, Subsonica e BluVertigo con una vocalità che è talvolta debitrice a quella di Manuel Agnelli degli Afterhours. I brani oscillano tra episodi di facile presa che potrebbero tranquillamente aspirare a classifiche e radio commerciali e momenti più articolati e meno fruibili. Il tutto sempre prodotto con cura particolare e gusto per arrangiamenti mai banali. (Antonio Baciocchi) top

 

MAT2020

Houdini è il terzo disco di Giuseppe Righini, cantautore romagnolo che si cimenta con il pop elettronico. I brani di questo disco sono stati scritti in Germania, a Berlino, poi registrati e mixati in Italia. Si può definire un disco di elettropop, ma ogni brano ha una propria connotazione: si va da atmosfere puramente radiofoniche, a suoni vicini al blues, a ritmi di marcia, a venature dark, dance ed una ballata finale. Solo in alcuni pezzi, oltre all’elettronica, intervengono strumenti tradizionali: chitarre, violoncello, batteria. In tutto il lavoro si nota un alternarsi di leggerezza ed impegno profondo, in costante equilibrio; i testi, mai banali, si sposano con i suoni elettronici, grazie ad una voce che si adatta alle varie situazioni. I brani più interessanti, a mio parere, sono: Monge Motel -un ottimo inizio del disco, con un ritmo incalzante ed una melodia sinuosa che si fissa subito nella memoria (all’interno una citazione: l’amore ci separerà ancora – love will tear us apart… again)- e Licantropia, con atmosfere dark, suoni dilatati, tamburi…Houdini, la title-track -elettropop intenso- è rappresentativa dell’intero disco. Dopo un paio di ascolti ci si ritrova a canticchiare qualche brano del disco, e questo fa capire che il lavoro di Giuseppe Righini lascia il segno! (Silvano Debenedetti) top

 

MUSIC ON TNT

Hanry Houdini, ancora oggi, è considerato uno tra i più famosi illusionisti ed escapologi di tutti i tempi. Un controverso personaggio pronto ad affrontare inganni ed abbagli sociali, portando nei suoi spettacoli l’impossibile. Il poliedrico artista viene oggi ricordato tra le ermetiche tracce del nuovo full lenght di Giuseppe Righini, che, dopo qualche anno, torna sulle nostre pagine con un disco a tratti indecifrabile, ricco di intimismo e arte visionaria. Il disco, licenziato dalla Ribes Records e promosso da Macramè Trame Comunicative, si presenta come opera diversa, in cui la sicurezza del ponderato non trova solide basi su cui radicarsi. Le tracce infatti, tra fisiologiche alternanze di luci ed ombre, si apre all’ascoltatore accogliendolo con sguardi cupi e giudicanti, proprio come dimostra l’opera di work art offerta dal sottile digipack a due ali. Dieci liriche complesse nelle loro semplicità espressiva, innestate su arrangiamenti talvolta minimali, pronti ad aggredire l’osservatore, trainandolo con sé tra i meandri oscuri dei sottili fil rouge che pervadono l’interezza dell’opera. La nuova fatica del musicista riminese, composta tra la natia città ed il cielo sopra a Berlino, si innesta su line kraut che interposte tra titletrack e “danze senza senso”, ci invitano tra i marciapiedi di strade nuove, raccontate con alimenti diluiti ed onirici. L’attenzione all’armonia si mantiene comunque sempre elemento primario, come dimostrano Monge motel e Tic Toc Bar, interessante episodio sintetico, che porta con sè reminiscenze morganiane, marginate dalla nereggiante aurea di Licantropia, trainante concezione di un mondo che sembra voler vivere di altronica-pop, tra riferimenti azzardati e cantautorato che non sempre raggiunge l’apice a cui anela. Un disco claustrofobico, da vivere con l’attenzione che necessità un dipinto di Joseph Stella. (Loris Gualdi) top
 

MOLA MOLA

Nulla se non una valigia piena di vite, trucchi e illusioni, un bagaglio che non ha bisogno di controlli, ma di qualche foglio limpido sul quale potersi manifestare, quindi fuggire, di nuovo, da tutto. Uscito lo scorso 14 aprile, Houdini di Giuseppe Righini è proprio quel foglio che si lascia lacerare durante una seduta spiritica, “Believe… Believe… Believe… Rosabelle!”. Il terzo lavoro dopo Spettri Sospetti e In Apnea è un viaggio lungo dieci tracce che ci portano al Monge Motel, per poi ripartire alla volta di Amsterdam e finire Lungo la strada con una sola certezza: Non siete soli. Questa macchina del tempo a comandi elettronici, synths e plugins, ci apre gli occhi verso un nuovo genere definito “electrorato” dallo stesso Righini: l’incontro tra cantautorato ed elettronica. L’album, scritto in Germania e registrato in Italia, si avvale della produzione di Fulvio Mennella, della collaborazione di Miscellanea Beat e Daniele Marzi e delle tinte acquerello di Alexa Invrea. Nonostante l’omaggio all’illusionista Houdini e all’escapologia, ci sono diversi riferimenti alla morte e alla reincarnazione, “siamo l’anima del mondo /e non moriremo mai” in Bye Bye Baba o l’intero testo di Lungo la strada che potrebbero ricordare l’ultimo Jack London, ma c’è anche la nostalgia decadente del Tic Toc Bar e la malinconia che trova il suo splendore in Amsterdam. Più descrittiva, osservatrice e attenta ai dettagli la traccia d’apertura Monge Motel in cui il parquet che scricchiola diventa quasi la routine che tormenta il protagonista, mentre torna alla mente quella famosa Love Will Tear Us Apart. Vero nucleo dell’album sono l’oscura Licantropia e l’inno di sacra indipendenza Bye Bye Baba, ma non bisogna comunque trascurare il singolo Magdalène di cui troverete il video qui. Tinte dark dalle quali filtra luce reale, album imperdibile per chi ama i giochi di ombre sotto la luna piena. Forse uno dei migliori dell’anno. (Karen Kowonsky) top

 

MESCALINA

Voce leggermente graffiata, atmosfere dark che si destreggiano su un tappeto sonoro elettronico, tematiche a metà strada tra sogno e realtà e un pizzico di mistero. Del resto con un titolo che richiama all’illusionista più famoso al mondo non poteva essere diversamente. Stiamo parlando del nuovo disco di Giuseppe Righini dal titolo Houdini: dieci brani scritti a Berlino, registrati in Italia senza comunque perdere le sonorità berlinesi e prodotti in collaborazione con Fulvio Mennella. Houdini è un lavoro da scoprire ascolto dopo ascolto, con i suoi testi ricchi di citazioni e le sue sonorità molto internazionali che, accompagnate da un’elettronica ben calibrata, ne arricchisce i contenuti scrollandosi di dosso l’etichetta del classico cantautore all’italiana. Basta ascoltare canzoni come Amsterdam e Magdalène per rendersene conto: una ballad esistenziale in cui il protagonista va alla ricerca del suo luogo di pace superando i confini, abbandonando luoghi e persone, guardando l’amore e il dolore negli occhi nel primo caso e la ricerca di un luogo di cui si sa l’esistenza, ma di cui non ci si ricorda le coordinate nel secondo caso, in un’esplosione pop che dona alla canzone una marcia in più. Seppur accomunati da un tappeto sonoro comune, i brani rimandano ognuno ad esperienze sonore completamente diversi. Si passa dall’ipnotica, sia musicalmente che dal punto di vista testuale, Tic toc bar alle atmosfere più cupe di Non siete soli e Licantropia, passando all’ambientazione decadente di Bye bye Baba, per poi finire sull’elettronica pura con Nonsense dance. Tra i vari suoni campionati si scorgono anche batterie, chitarre e un violoncello, nate grazie alla collaborazione con Daniele Marzi (Licantropia) e il duo Miscellanea Beat che intervengono in Amsterdam e Non siete soli. Un terzo disco, quello del cantautore romagnolo, che più che un nuovo approdo appare come un nuovo inizio dovuto al cambio di atmosfere e suoni rispetto ai due lavori precedenti Spettri sospetti (2008) e In apnea (2011). Una nuova strada promettente. Da tenere d’occhio. (Veronica Eracleo) top

 

IMPATTO SONORO

Gli anni ’80 di Battiato, Depeche Mode e Duran Duran, i ’90 dei Garbage e Blue Vertigo, nonchè gli anni ’00 dei Subsonica convivono armonicamente e senza apparenti gerarchie in “Houdini”, terzo lavoro di inediti dell’eclettico cantautore Giuseppe Righini. L’essenza del disco è, come deducibile dai riferimenti iniziali, decisamente elettronica, con spiragli che lasciano intravedere un’attitudine se vogliamo Rock e Blues, magari anche solo nella voce, in generale perfetta, intonatissima e cristallina, ma all’occorrenza anche sporca e graffiata. Il vero macroambiente in cui si muove la musica di Righini è comunque il Pop d’autore nelle sue diverse declinazioni: quella più melodica di “Amsterdam” e quella più danzereccia di “Magdalene”, con testi ben studiati, volontà narrative ben precise e un’originalità stilistica importante. Tra batterie elettroniche, effetti sonori e sintetizzatori si naviga con scioltezza e piacevolleza da un brano all’altro, in un ottica di freschezza generale e di buon ritmo che quando mancano (ad esempio in “Licantropia” e in “Lungo la strada”) la differenza si sente, facendo incombere il rischio della noia e dello skip. Nel complesso ci troviamo comunque di fronte a numerose canzoni davvero ben riuscite, perfetto mix tra avere qualcosa da dire, sapere come dirlo, sapere come cantarlo e farlo con suoni fighi (la produzione è di Fulvio Mennella) e in questo senso gli esempi non mancano: “Monge Motel”, “Nonsense dance”, “Bye bye Baba” e la già citata “Magdalene” sono pezzi che spaccano e che meritano Radio Deejay, Mtv New Generation, Sanremo Giovani e chi più ne ha più ne metta. Però calma con l’entusiasmo, perchè la seconda parte del disco risulta un po’ meno efficace della seconda: ci si perde un po’, il carattere forte e conturbante di Righini rischia col tempo di sfocarsi nell’ombra di cose già sentite e i suoni a volte risultano plasticosi e non sempre originali. Insomma qualche angolo da smussare ancora c’è, ma quella che ci offre il cantautore romagnolo è una proposta nuova, un sentiero ancora poco battuto, una bella visione. (Stefano Zicari) top

 

MUSIC OFF

Molto interessante questo album di Giuseppe Righini, elettronica soft, quasi vellutata, mista a pop e folk; “Houdini” sembra imporsi come un viaggio, e di fatto, alla fine del suo ascolto, resta l’impressione di aver camminato in una specie di mondo parallelo, e di aver visto e conosciuto posti nuovi, tutto ciò come se fosse stato solo un sogno. Resta quindi qualche ricordo sfocato ma gradevole, un senso di relax. Probabilmente l’ambientazione deve molto alla voce del songwriter italiano, che, tranne in qualche occasione, resta sempre molto pulita e calda. Per altro degni di nota i testi, scritti in maniera davvero egregia e sempre pregni di significato. Il resto lo fanno i tappeti sintetici e l’utilizzo assolutamente musicale dell’elettronica, a la Depeche Mode o David Bowie per intenderci.Si apre con “Monge Motel”, il riff di synth sorprende immediatamente creando un effetto di smarrimento sonoro che obbliga ad un certo relax, in qualche modo tutto il brano sembra giocare proprio da preparativo per ciò che verrà, e così un’atmosfera pacata e rilassante getta le basi per ascoltare l’evoluzione del resto del lavoro. “Magdalène” esordisce già più prepotente, restano pronunciate le atmosfere tipiche del pop elettronico e più genericamente di un certo pop/rock commerciale, portando con se un ritornello vivace. La successiva “Amsterdam” apre misteriosa, ma si impone subito con i suoi richiami ad ambienti più blues e folk, grazie all’interessante riff di chitarra. Il tutto si colora con qualche intervento di synth e di violoncello, che sottolinea perfettamente il senso di malinconia del testo. Con “Nonsense Dance” si ritorna all’uso massiccio dell’elettronica, che riprende la matrice folkloristica con la sua interessante fusione ad una base sintetica che sembra richiamare perfettamente lo stile berlinese. Si arriva così a Licantropia, che esordisce in modo molto soft, richiamando a tratti lo stile di “Magdalène”, e tale resta per tutta la durata del brano. In ogni caso la texture che si viene a creare tra chitarra e percussioni prepara un ottimo tappeto sfruttato in maniera deliziosa dalla melodia vocale e da riff elettronici davvero interessanti, come ad esempio la semplice melodia che sembra esser suonata dal rumore di una trasmissione in codice Morse. Davvero bella e impossibile da immaginare senza questi accorgimenti. A questo punto un coro armonizzato apre la via di “Bye Bye Baba”, il brano che mi ha fatto pensare di più ai Depeche Mode, probabilmente per la sua incisività percussiva. Interessante l’ironia del testo e gli arrangiamenti, che la rendono leggermente più violenta rispetto alle precedenti, differenza sostenuta ancora una volta da un ottimo lavoro della parte elettronica, tra l’altro fondamentale, e dal testo altamente metaforico e pregno di riferimenti. Dopo una intro di batteria elettronica pieno di groove si apre un’intensissima “Tic toc bar”, cantata in maniera certamente aggressiva e incisiva, molto sentita. L’intreccio elettronico fa crescere continuamente il brano, gli arrangiamenti la rendono enorme, colmando pian piano gli spazi vuoti e dando le basi per incrementare la melodia vocale a livello ritmico. In maniera quasi sognatrice esordisce invece “Lungo la strada”, che rimane pacata su un pad enorme che accompagna ancora una volta interessanti fraseggi vocali e un testo davvero interessante. Finalmente si giunge alla title-track, probabilmente la meta più ambita durante l’ascolto di un album, semplicemente per il fatto che dovrebbe essere una sorta di sunto del significato e dell’essenza dell’intero lavoro. Per questo motivo è davvero apprezzabile il fatto che si trovi come penultimo brano, e quindi in una posizione nella quale può davvero prendere le sembianze di un punto fermo, di una conclusione. In ogni caso ci troviamo di fronte ad una traccia ancora una volta ricco di elettronica, massiccia e con discrete evoluzioni verso la parte finale del brano. Si chiude però con Non siete soli, che sembra essere una sorta di ninna nanna, un brano di speranza, di voglia di cambiamento, pronunciato in maniera malinconica ma allo stesso tempo rassicurante e velatamente ironica. Per concludere, penso che Houdini sia di base un album estremamente semplice, che però riesce a sorprende grazie alla genialità degli arrangiamenti e alla sua ottima produzione. Mi sento di consigliare almeno un ascolto, quanto meno per godere della graditissima atmosfera che racchiude. (Carlo Romano Grillandini) top

 

ROCK LAB PROVOCAZIONE

Giuseppe Righini, classe 1973, cantautore funambolo, nato lo stesso giorno di Serge Gainsbourg, ci regala un bel disco. Non fatevi ingannare dal titolo: “Houdini” (Ribéss Records/Audioglobe), terzo album della sua poliedrica carriera dopo “Spettri sospetti” e “In apnea”, rappresenta la summa teologica di un percorso artistico di tutto rispetto. Un lavoro pieno di sfumature, teso tra due mondi reali rappresentati dalle città di Rimini e Berlino; tra le quali Righini ama viaggiare e che segnano, con il loro diverso immaginario, la sua scrittura. La produzione affidata a Fulvio Mennella regala al disco una dimensione europea, cosmopolita: più synth, campioni e sequenze, accanto a chitarra, violoncello, basso e batteria (grazie alla collaborazione con Miscellanea Beat e Daniele Marzi). Mentre il suggestivo artwork è tutto dell’artista e fidata collaboratrice Alexa Invrea. “Houdini” è un disco che si muove su una corda tesa tra sonorità elettroniche, New Wave e Rock, proprio come accade nel singolo “Magdalène” da cui è stato tratto il video che ha anticipato l’uscita del disco. Nelle dieci tracce dell’album c’è tutto l’universo poetico, cinematografico e fotografico di un cantautore che riesce ad affrontare temi capitali come: “l’amore che separa” – nella didascalica “Monge Motel” con plateale omaggio alla frase culto dei Joy Division – la verità – nell’atmosfera dilatata e religiosa di “Lungo la strada” – , e l’illusione (nella traccia che dà il titolo al disco) in maniera onesta, senza cadere nel semplicismo e con estrema sapienza. Ne è un esempio l’ironica “Nonsense Dance”, un motivetto pop noir apparentemente svagato che ben descrive il confine sottile tra apparenza ed essenza, tra ciò che sembra e ciò che sfugge. Sempre su questa soglia tra arte e vita, Giuseppe Righini dimostra un’abilità innata nell’interpretare e trasmettere visioni e sensazioni – “Non Siete Soli“. Un disco leggero ma denso, pieno di riferimenti a luoghi concreti e a spazi dell’anima, in un intreccio affascinante di rimandi, nell’equilibrio raggiunto tra parole e musica dove la sensibilità estetica di questo songwriter camaleontico si rivela nella sua forma più pura. (Giuly Rouge) top

 

TRAKS

Terzo disco per Giuseppe Righini: il cantautore romagnolo mette sul piatto dieci canzoni ricche di elettronica e di influenze europee per un album che chiama Houdini. Monge Motel, che apre il disco, si srotola con calma su sonorità elettroniche. La tendenza è cantautorale, ma il discorso sonoro è curato e virato verso l’elettropop (e una dark wave cui ci si riferisce con una criptocitazione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division). Più mossa Magdalène, sempre circonfusa di elettronica e di sensazioni pop, mentre Amsterdam si volge a suoni analogici, almeno in parte, con un andamento più moderato. Nonsense Dance si cala in esperienze molto tecnologiche e in sonorità piuttosto 80s, pur mantenendo i ritmi bassi. Licantropia si cala in arie nebbiose, con qualche effetto horrorifico in tema con titolo e argomento della canzone. Dichiarazioni importanti in apertura di Bye Bye Baba, dai ritmi marcati. Si corre abbastanza anche in Tic Toc Bar, con un “tiro” chiaramente pop. Lungo la strada apre con un battito prolungato, e si stende su un panorama minimalista e in certo modo spirituale, costruito anche per mettere in evidenza le qualità vocali di Righini. Ancora nomi di donne in evidenza per Houdini, la title track, ancora attenta alla parte ritmica, con l’apporto melodico fornito quasi esclusivamente dalla voce e con un retrogusto di Depeche Mode piuttosto marcato. L’accorata Non siete soli chiude il disco ancora una volta con una ricerca di raccoglimento che prelude però stavolta ad aperture melodiche. Un lavoro particolarmente variegato, quello di Righini, che dimostra una maturazione giunta a buon grado. Attenzione ai particolari e qualità di scrittura rendono Houdini un lavoro sicuramente degno di interesse. (Fabio Alcini) top

 

IN YOUR EYES EZINE

A quattro anni di distanza da “In Apnea” il cantautore romagnolo Giuseppe Righini ritorna per Ribéss Records con Houdini. Il disco, abbracciando in maniera definitiva l’elettronica, si compone di dieci brani in bilico tra freddezza sintetica e calore cantautorale. Il delicato e discreto avvolgere di Monge Motel, caratterizzato da un’elettronica asciutta e pulsante, introduce l’incalzare ammiccante della spigliata e coinvolgente Magdalene, prima di lasciar spazio alla pacatezza venata di malessere dell’intensa Amsterdam. Il crepitare digitale di Nonsense Dance, invece, scivolando in ritornelli al sapore di Cristiano Godano, apre al cupo sbriciolarsi, su melodie sottili, di Licantropia, mentre l’elettro rock ruvido e corposo della calda Bye Bye Baba, cede spazio alle melodie convincenti della sporca e densa Tic Toc Bar. Il distendersi, galleggiando su ritmi asciutti e liquide melodie, di Lungo La Strada, infine, lascia che a chiudere sia il sound rarefatto di Houdini e il dialogare di pianoforte, violoncello e voce di Non Siete Soli. Con questo terzo lavoro Giuseppe Righini dimostra, ancora una volta, di essere un cantautore da seguire con attenzione. Il suo Houdini, infatti, mescolando con sapienza cantautorato ed elettronica, scorre morbido riducendo al minimo i possibili intoppi. Non aspettatevi pezzi accattivanti che strizzano troppo l’occhio al pop, ma piuttosto canzoni cariche di fascino e delicatezza. (Francesco Cerisola) top

 

SPAZIO ROCK

L’escapologia, l’electrorato, i lupi mannari, Baudelaire, Amsterdam: un assortimento eterogeneo di suggestioni, un particolare brainstorming di idee apparentemente scollegate, a descrivere l’opera terza del cantautore riminese Giuseppe Righini. Colori, viaggi, parole: è un album pregno “Houdini”, un album senz’altro colto, intellettuale, sfaccettato. Ma al tempo stesso un album che si pone come chiaro obiettivo quello di non far gravare questa sua internazionalità (il disco è concepito a Berlino, e il krautrock si sente) e questa sua profondità sulle spalle dell’ascoltatore: ne viene fuori una raccolta di vivace pop elettronico in cui ogni brano ha la spensierata capacità d’acchiappare di un singolo, e la giusta percentuale di intima ricercatezza da giustificare sessioni d’ascolto più assorte. E se a spiccare, chiaramente, è il singolone trascinante “Magdalene”, a meritare accurati approfondimenti sono anche le ipnotiche frequenze basse di “Bye Bye Baba”, le bluvertighiane tastiere di “Tic Toc Bar”, il lounge che accelera di “Nonsense Dance”, il morbido goticismo di “Licantropia”. Un album da godersi d’un fiato, e poi da riascoltare, tante volte, per scoprirne tutti i dettagli. Che sono tanti, davvero tanti. Si va da A verso B fino a Z e poi… si ricomincia da capo. (Riccardo Coppola) top

 

SENTIREASCOLTARE

Righini è uno che naviga sicuro, il bilico tra spleen romantico e decadente (talvolta fin troppo allusivo e sospirato, nel cantato) e ottime doti poetiche. Il suo cantautorato, messo bene a fuoco in uno Spettri sospetti del 2009 e in un più che buono In apnea del 2011, è un misto di wave e mezze luci, una formula in cui i dettagli sonori vanno di pari passo con i temi trattati dai testi. Scritto tra Berlino e Rimini, il qui presente Houdini è forse l’episodio più riuscito e ortodosso della discografia dell’artista. Un lavoro in cui il musicista sfronda la poetica aperta a vari stimoli musicali dei dischi passati, in favore di un’elettronica depechemodiana (ma non solo) solida e determinata. Dischi sul genere ne capitano in continuazione, e il difetto è spesso riconducibile al volerli far suonare eccessivi e filologici, dark oltremisura e teatrali. Il musicista romagnolo, invece, sostenuto da una scrittura che non sbaglia un colpo e da testi ben scolpiti (bello lo spaccato narrativo descritto in Monge Motel, almeno quanto il singolo Magdalene), riesce a suonare tagliente (Bye Bye Baba), persino blues alla sua maniera (Amsterdam), amante di certe atmosfere caveiane (Licantropia) come di certi beat dritti di scuola Air (Tic Toc Bar) o di parentesi eteree quasi ambientali (Lungo la strada). Dieci brani che convincono. Giuseppe Righini meriterebbe più di quel che ha raccolto fino ad ora, e questo potrebbe essere l’album della svolta. (Fabrizio Zampighi) top

 

MUSIC ALT

È in uscita il 14 aprile il terzo capitolo per il cantautore romagnolo Giuseppe Righini, sotto l’ala della Ribèss Records, con la produzione artistica di Fulvio Mennella e la collaborazione di Miscellanea Beat e Daniele Marzi. Houdini, titolo del disco è stato completamente scritto da Giuseppe Righini a Berlino e registrato poi qui in Italia. 10 pezzi di un cantautorato elettronico o come lo chiama Righini «electrorato». Intimo e raffinato questo disco è un percorso introspettivo, un viaggio, un sogno ad occhi aperti attraverso il labirinto intricato delle nostre anime ferite e sanguinanti. «L’amore ci separerà ancora», questa frase nel primo pezzo Monge Motel, continua a rimbombare nella mia mente ininterrottamente e mi rimanda a Love Will Tear Us Apart, una delle mie canzoni preferite e pezzo storico dei Joy Division, e non so voi, ma io sto continuando a riascoltare senza fine questa traccia. È come se il dolore e le lacrime versate di Giuseppe Righini si trasferissero dentro di me, forse è perché nel passato ho sofferto anche io della malattia dell’amore. Durante questo viaggio sicuramente le vostre ferite bruceranno ancora, avvolti in questo sound noir ultraterreno e ipnotico e come Harry Houdini, il grande illusionista ed escapologo, anche noi nel nostro piccolo dobbiamo fuggire da tutte quelle costrizioni e gabbie mentali che non ci fanno essere liberi di essere ciò che siamo realmente. È come se ci mancasse il respiro, alla costante ricerca di quel pezzo mancante che completa il nostro essere. Il nostro destino è nelle nostre mani, o qui o altrove, non importa. Rimanere intrappolati nelle nostre paure e ossessioni quotidiane che ci lacerano dentro o fuggire verso un altro orizzonte e mondo possibile. (Cristina Valentini) top

 

NERDS ATTACK!

Elegiaco. Voto 7 1/2. (Emanuele Tamagnini, il giudice talebano) top

 

ROCKAMBULA

Arrivato al suo terzo lavoro come cantautore, Giuseppe Righini tenta un approccio meno canonico e arriva ad un compromesso accattivante tra songwriting e sonorità contemporanee.
I brani di Houdini hanno nomi di luoghi e persone ma le liriche rifuggono dal concreto, prestandosi alle interpretazioni più disparate con cui tengono l’ascoltatore sulla corda, tra eleganti astuzie sintetiche e un timbro vocale pulito e versatile. La produzione è curata nei dettagli e dimostra che bastano piccoli accorgimenti degli arrangiamenti per essere piacevolmente pop senza essere affatto easy. Il singolo “Magdalène”, efficace e coinvolgente, è il brano più Rock di tutto il disco. La sua atmosfera noir e suggestiva è il denominatore comune delle variazioni sonore di cui vive l’album, in bilico tra Synth Pop e Alt Dance come i primi Depeche Mode ma con la vocazione per la musica d’autore dei La Crus. La personale interpretazione di Righini del connubio cantautorato-elettronica rimanda agli ultimi esperimenti di Paolo Benvegnù sin dalle sovrapposizioni morbide e misurate degli strati sintetici di “Monge Motel”, la traccia che inaugura l’ascolto. Gli episodi più ritmati evocano invece l’attitudine Alt Pop dei Subsonica, come “Tic Toc Bar”, la title-track e il singolo stesso, ma anche in questi casi la voce garbata di Righini ingentilisce sapientemente campioni e sequenze. Ne viene fuori un lavoro organico ma tutt’altro che piatto. La maestria è nei contrasti tra gli elementi, come in “Nonsense Dance”, ritmo catchy a base di sequenze abbinato all’inquietudine delle liriche, o in “Amsterdam”, in cui il cantato si fa più roco e graffia il fondo fatto di archi discreti. Convincono meno i pochi episodi in cui la composizione perde equilibrio rinunciando quasi completamente alla musica per lasciar spazio alla voce (“Bye Bye Baba”, “Lungo la Strada”). Dell’ascolto di Houdini resta impressa la giustapposizione di torbido e danzereccio, formula azzeccata di un disco capace di essere sofisticato senza perdere in fruibilità. (Maria Pia Diodati) top

 

INDIE PER CUI

Giuseppe Righini è un’illusionista capace di prodezze che ben si adattano ai nostri tempi e alle magnifiche costruzioni sonore che si stagliano lungo paesaggi ricchi di sostanza da dove poter trarre linfa vitale per non sopperire. Un incrocio ben riuscito e amalgamato tra nuove tendenze e un piccolo tuffo nel cantautorato dei primi 2000 in bilico tra Tiromancino e Benvegnù. Il nostro si lascia andare negli anfratti della coscienza, tra le stanze di Motel desolati in cerca di un qualcosa che parli ancora di Lei, che parli ancora di ciò che non c’è più. Un disco nato a Berlino, ma che si muove per le capitali d’Europa come Amsterdam, assaporando estasiati ricordi e limiti da cui poter uscire per poter vivere ancora una volta. Atmosfere quasi rarefatte, un roco gridare al mondo che la strada da affrontare è ancora lunga ed è difficile rialzarsi dopo tanto star male, dopo aver combattuto tra i mulini a vento della nostra anima, cercando, vivendo e approdando verso e oltre i nostri confini. Suoni puntuali alternati da un cadenzare elettrico, raccontato e mai banale, da disinvolto cantastorie di notti insonni, che ci permettono di dare un senso al quadro della nostra memoria, un sogno ad occhi aperti fatto anche di elettronica mai gridata per un disco carico e pieno di introspezione sonora. (Marco Zordan) top

 

ROCKERILLA

La nuova uscita del più berlinese dei cantautori italiani (e già “cantautore” è termine che va stretto, considerata l’ampiezza dell’orizzonte sonoro) è un’opera che colpisce fin dalla concezione e dalla presentazione, coniugando l’ambiziosa grandeur dell’idea con la cura per il dettaglio: l’enciclopedia di Righini consta infatti di due CD editi in una tiratura di 250 copie numerate e confezionate a mano contenenti 31 remix dei brani di Spettri Sospetti e In Apnea, accompagnati da cartoline raffiguranti 9 creazioni fragili e visionarie di Alexa Invrea. Le manipolazioni sonore vestono le canzoni di inquiete e imprevedibili suggestioni urbane, rivelandone il lato più intimo e oscuro tra atmosfere avvolgenti, ipnotiche e rapaci, sensibili agli umori del tempo. MIRABOLANTE. (Alessandro Hellmann) top

 

SPECIALE MESCALINA

Nel Gennaio 2014 Mescalina Musica ha dedicato un ampio speciale al cofanetto di remixes ENCICLOPEDIA COMPLETA DI UNO SCONOSCIUTO con intervista, anteprima e recensione a cura di Ambrosia J. S. Imbornone. top

 

L’ISOLA CHE NON C’ERA

Sono almeno due settimane che questo nuovo disco di Giuseppe Righini mi occupa il lettore e da lì non se ne vuole uscire. Il peggio è che, ora che mi trovo a parlarne, mi risulta comunque difficile spiegare con chiarezza i motivi per cui questa sua nuova fatica mi piaccia e mi attragga tanto. Comincerei con il dire che non è un disco di canzone d’autore in senso “classico”, anzi si discosta molto dal panorama italiano, e neppure si può definire un disco pop: semmai è un’originalissima miscela di reminiscenze personali dello stesso Righini che spaziano dalla psichedelia alla new wave, dalla canzone d’autore al pop. Per chi avesse già ascoltato il suo disco d’esordio Spettri Sospetti, lo scarto è sicuramente notevole, soprattutto a livello musicale, perché qui riemergono con forza i fantasmi fino ad ora custoditi nell’armadio musicale di Righini. Da questo punto di vista è decisamente più anglosassone che italiano, e sarà forse anche per questo che non mi capacito più di tanto del fatto che mi convinca in pieno, visto il mio abituale e, forse prevenuto, scetticismo verso un certo modo di far musica. Eppure ci sono brani come Satellite che, a mio parere, hanno un fascino irresistibile, saranno quegli «echi di onde radio» o i versi «polvere stelle / alla fine del cosmo / fanno musica / registriamone il tempo / risentiamola / rotta senza ritorno / percorriamola / questa notte non torno / ci si vede là», sopra un crescendo di chitarra elettrica che finisce per spegnersi come un estremo afflato. Provate poi ad ascoltare la canzone I Fiori di Plastica Sono Per Sempre, che già nel titolo è un’intuizione poetica di spessore (io la trovo fantastica), per non parlare della successiva In Apnea, brano esistenziale che ondeggia quasi fosse stato girato al rallentatore, in cui suoni “fluidi” intervengono sul pulsare delle percussioni fino a chiudersi su un’altra intuizione: «sai che per toccare il fondo ci vorrà giusto l’eternità». Al centro dell’intero disco, se consideriamo che la traccia dodici raccoglie un brevissimo dialogo, c’è la canzone E Mio Padre Se Ne Vola Via, quella che più di tutte le altre mi ha colpito all’interno della raccolta La leva cantautorale degli anni zero: è forse il brano più immediato dell’intero lavoro, perché riguarda i ricordi del distacco terreno del proprio padre. È come se fosse un grande sogno ed ancora una volta sono molto belli i versi conclusivi: «mia madre me lo dice anche se tace / per noi non c’è né ci sarà mai pace / finché non ridaremo viva luce / al sogno di tuo padre la sua voce». Una canzone tanto affascinante quanto sfuggente è poi Marta, semplicemente costruita sul ritmo di snap fingers (schiocchi di dita, per chi come me è abituato a scrivere come parla), accordi di basso e tocchi di glockenspiel, è una piccola fiaba un po’ come quelle scritte dai fratelli Grimm, perché non sembra per nulla finir bene: «Marta s’inchina per quella bambina / e resta col naso all’insù / l’ultima volta / l’ultima volta che la guarderà / l’ultima volta / l’ultima volta / l’ultima volta si addormenterà / c’era una volta / l’ombra di Marta / c’era una volta / c’era una volta ormai non c’è più». Ho citato queste canzoni, ma è l’intero disco nel suo insieme ad essere più che una conferma della maturità stilistica raggiunta dall’artista riminese un caleidoscopico mondo letterario sospeso “in apnea” tra vita e sogno, illusione e realtà (ancor più alla luce dei diciassette brevissimi racconti che accompagnano il cofanetto), il tutto accompagnato dalle splendide illustrazioni di Alexa Invrea. (Fabio Antonelli) top

 

FUORI DAL MUCCHIO

Quello del riminese Giuseppe Righini è uno stile asciutto, equilibrato, in cui ogni elemento viene soppesato e utilizzato solo se realmente funzionale al risultato finale. Discorso che vale tanto per la sua prosa quanto per la sua attività musicale – mondi che confluiscono armoniosamente all’interno di “In apnea”, la sua seconda prova in proprio, a tre anni dal debutto solista “Spettri sospetti”. Da una parte, infatti, troviamo un libretto – che peraltro può avvalersi delle suggestive illustrazioni di Alexa Invrea – contenente oltre ai testi dei pezzi anche diciassette racconti brevi: alcuni di una pagina, altri composti soltanto da alcune frasi, accomunati da un’attenta osservazione della quotidianità e dalla sua potenziale trasfigurazione in qualcosa di altro. Un susseguirsi di scenari interiori alla bisogna inquietanti e onirici, pungenti e profondi nella sostanza quanto delicati nel tocco. Dall’altra parte, invece, dodici canzoni (o meglio, undici più un breve recitativo) che spaziano con sicurezza tra cantautorato pop-rock di classe, tocchi sottili di elettronica e rare deviazioni filo-waitsiane; brani in cui, come è logico, le parole giocano un ruolo importante, ma altrettanto fondamentale è l’apporto delle melodie e di arrangiamenti ariosi e lontani dall’appiattimento e dalla banalità che soffocano molte proposte in qualche modo ascrivibili al medesimo ambito sonoro. Nel complesso, un lavoro che sa essere di grande spessore, stimolante e, insieme, sostanzialmente accessibile. Il frutto di una personalità artistica a tutto tondo e di tutto rilievo. (Aurelio Pasini) top
 

MESCALINA

Un mescolarsi fisico e sensuale di suoni ipnotici e pause, stili ed immagini ora di sapore quasi decadente, ora per così “espressioniste”, di corposa evidenza, colori violenti e onirici delle illustrazioni di Alexa Invrea, cascate incisive di brividi regalati da racconti di essenzialità “chirurgica”: questo offre il secondo album (e primo libro-cd) da solista dell’eclettico Giuseppe Righini, musicista e attore, scelto tra i 36 artisti della Leva cantautorale degli anni Zero. La malia liquorosa della sua voce si diffonde tra groove di basso, percussioni trattate ed elettronica che danno dipendenza, tra un pop d’autore che incastona stelle leggere di glockenspiel e vibrafono, tra synths e linee di organo di chiarore astrale e sognante, tra atmosfere sospese di chitarre acustiche sghembe e glissati. Trattenere il fiato per Righini sembra nuotare nella luce incerta e liquida di crescendo psichedelici (come nell’ottima Satellite), immergersi in orientalismi vibranti tra fili di tensione sparsi nei tocchi di armonium, fluttuare in una bossa nova sensuale (la title-track) o in solarità wilsoniane con falsetti carezzevoli (La Luce Del Sole Alle Sei Di Pomeriggio), inabissarsi fra tenebre di basso ed e-bow (la cadenzata Non Ho Tempo, sogno notturno di eterna condivisione e sottile dubbio di distanza). Un valzer space-rock sintetico e filtrato è l’avventura marina di Sul Grande Pendaglio, mentre intimo risuonare di echi vocali, alle strette con la verità dei sentimenti, che rende il tempo ritorno ciclico o puro affiancarsi di istanti e battiti, è Si Qui Ora, che le chitarre e i bassi accompagnano poi in una fuga nel pulsare dell’istinto. Tra le righe dei testi (in cui i disegni a pagina intera di volti bianchi, grigi e rossi lasciano il campo, ora tutto bianco, a piccoli, realistici insetti), e nei diciassette racconti del progetto, si sente l’odore della fine di un amore, o di cambiamenti “rivoluzionari” della propria vita; si trovano naufragi interiori, immagini ironiche o visionarie, che da metafore si fanno concrezione, apparizione o poesia, prigioni di cose e addii improvvisi, lettere ideali post-mortem e storie il cui senso, spiazzante, è racchiuso in un finale fulminante. Una menzione speciale merita l’acuminata I fiori di plastica sono per sempre, stato di quiete apparente che spalanca malinconie forse irresolubili. Dopo le parole lette e cantate, la chiusura del libretto e del cd è affidata alla descrizione parlata di un momento in Kreuzberg Sonata. La scrittura di Righini per musica e versi appare elegante e cangiante specchio di stati d’animo sfumati ed inquieti. In apnea. (Ambrosia J.S. Imbornone) top

 

ROCKOL

Si intitola “In Apnea” il nuovo album di Giuseppe Righini in uscita a tre anni dal suo album d’esordio “Spettri sospetti”, disco prodotto da Marco Mantovani, registrato e mixato da Paolo Zavaglia al teatro dimora L’Arboreto di Mondaino e masterizzato da Bob Katz ai Digital Domain Studios di Orlando, Florida. Il cantante – nato a Rimini nel 1973 – è stato selezionato dal Premio Tenco e dal MEI di Faenza per il progetto “La leva cantautorale degli anni zero” dove è presente con il brano E Mio Padre Se Ne Vola Via “Quando ho sentito ‘Spettri Sospetti’ di Giuseppe Righini ho immediatamente pensato ‘Ecco il cantautore che mancava'”, ha dichiarato in merito Giordano Sangiorgi, ideatore del MEI di Faenza, “Non assomiglia proprio a nessuno, per fortuna. Insomma, un modo nuovo e originale di ‘rifare’ la canzone d’autore nel nostro paese, capace di rinnovare l’oramai ultratrentennale tradizione cantautorale italiana della metà degli anni Settanta, che mai come ora ha bisogno di essere rivisitata da cant/autori come Giuseppe Righini. Il nuovo album ‘Apnea’ certamente confermerà questo percorso. Originale, duro e difficile, ma assolutamente intrigante e ricco di fascino”. La nuova fatica in studio di Righini contiene un cd audio con dodici brani inediti e un libro di 64 pagine illustrate a colori da Alexa Invrea con racconti scritti dallo stesso Righini, pubblicato dalla NdA Press nella collana Interno 4 Records: “‘In Apnea’ è una danza sulle punte, una confidenza detta sottovoce, meticciato capace di miscelare pop, canzone d’autore, new wave, bossa nova, psichedelia”, ha spiegato l’editore Massimo Roccaforte, “Righini mette in scacco la propria dimensione cantautorale, facendola convivere con un passato più antico e mai dimenticato, figlio di neon e onde elettriche”. “In Apnea” è stato suonato da Fulvio Mennella (basso, electronics), Massimo Marches (chitarra) e Diego Sapignoli (batteria, percussioni). top
 

JAM

Sono incantevoli le atmosfere create dal cantautore romagnolo per il secondo album In Apnea: morbide e avvolgenti, con una voce che prende corpo tanto da farsi guida salda ed elegante sul tappeto strumentale studiato dosando soluzioni complesse e popular. Le aspettative che aveva suscitato tre anni fa Spettri Sospetti non sono state disattese. A corredo del cd anche una collezione di 17 brevissimi racconti, o meglio 17 episodi scritti dal nostro che sanno trasformarsi in suggestioni (“L’ultimo avvertimento” lascia addosso una commistione di terrore e malinconia davvero rara) e una serie di illustrazioni ad opera dell’artista visiva Alexa Invrea. (Elisa Orlandotti) top
 

ROCKERILLA 

“Spettri Sospetti” era stato accolto con calore dalla critica e aveva messo in luce un artista sensibile, incurante delle tendenze di mercato. “In Apnea” continua quel percorso accentuandone la radicalità: Righini scarnifica il suono, coniugando il pop d’autore con atmosfere new wave e umori psichedelici. “I Fiori Di Plastica Sono Per Sempre” e “Non Ho Tempo” sono capolavori di estetica decadente, percorsi da feedback da brividi e rochi fruscii di quell’elettronica da rigattiere cara all’autore. Tutti i brani sono sostenuti da una capacità di scrittura solida e da arrangiamenti mai banali e anche gli episodi in cui l’ispirazione non esprime slanci altrettanto intensi e visionari risultano assolutamente degni di attenzione. Al cd si accompagnano 17 brevi racconti capaci di rivelare, negli episodi meno acerbi, un punto di vista acuto e partecipe sulle cose della vita. Bello e toccante “Sogno #17″, che dallo sviare abilmente l’attenzione dal proprio centro trae la sua capacità di commuovere, come commuovono gli sguardi malinconici di Alexa Invrea. (Alessandro Hellmann) top

 

RUMORE 

Non è facile vestire d’emblée i panni del cantautore. Giuseppe Righini ci è arrivato dopo aver indossato a lungo “stracci rock”, il che gli consegna idealmente una patente di credibilità. Spalleggiato da raffinati musicisti che riescono a innestare nei pezzi sprazzi di sperimentazione e psichedelia senza risultare invadenti, l’autore romagnolo si muove con teatralità onirica fra wave rarefatta (“L’ultimo sogno Di Arthur Rimbaud”) e cantautorato d’essai che richiama la profondità di Andrea Chimenti (In Apnea) la solida leggerezza dei La Crus e la vena circense di Capossela (Sul Grande Pendaglio). Ma il vero valore aggiunto sta nel supplemento letterario: un libro di 60 pagine contenente 17 microracconti dalla prosa asciutta e tagliente, penetrati dai volti materici della pittrice Alexa Invrea, con effetto finale da affresco felliniano postatomico. 7/10 (Manuel Graziani) top

 

IL PARDISO DEGLI ORCHI

Il fascino acquoreo di Giuseppe Righini. C’è scritto sul retro dell’elegante cd: Selezionato dal premio Tenco e dal Mei (Meeting degli indipendenti). Si sa, noi siamo orchi e paura non abbiamo e quindi insinuiamo: ma siamo davvero sicuri che il premio Tenco sia sinonimo di qualità a tutto tondo? Spesso e volentieri la manifestazione è una lagna indigeribile di cantautorato vecchio e trito (per poi ritrovarci a Sanremo un Vecchioni, eroe del Tenco, vecchio e trito e appunto lagnoso e dover leggere che quest’anno c’è stata una rivoluzione in merito…) e di certa spocchia simil-intellettuale da salotti radical chic della sinistra più altezzosa (vedi Dandini). Qui in Italia, credo, c’è sempre poco da fare i boriosi, soprattutto in musica. Fortuna che la ‘selezione’ di Giuseppe Righini abbia centrato la questione (scorgete contraddizione? Dico di no, del premio Tenco ho solo suggerito che spesso e volentieri è una lagna, mica sempre). Sì perché il cantautore riminese (definizione questa assai parziale perché l’uomo lo si può tranquillamente esplicitare come agitatore culturale nonché attore con varie esperienze al suo attivo) col suo disco, a tre anni dal precedente Spettri Sospetti, sempre selezionato dal Tenco, regala all’ascoltatore suggestioni particolari con un background che non fatichiamo a ricollocare in un’area new wave che parte dagli anni ottanta fino ai nostri giorni. Sì perché i 12 brani che compongono l’opera (l’ultimo, ‘Kreuzberg Sonata’ è solo recitato a conferma anche delle attitudini del Righini verso malie teatrali) ricordano certe intuizioni pacatamente elettroniche del post-punk (per esempio ‘Satellite’ mi richiama molto ‘Aqua’ degli Eurythmics o la fascinosa ‘La Luce Del Sole Alle Sei Di Pomeriggio’ fa venire in mente le melodie dei Depeche Mode) con aggiunte – e meno male – di indigene evoluzioni cantautorali (prendiamo il pezzo che da il titolo all’album, ‘In Apnea’, che suggerisce i percorsi di Cristina Donà, o ‘Sul Grande Pendaglio’ che non può non far ricordare le cose migliori di Vinicio Capossela), se non addirittura di agganci alla migliore tradizione pop del nostro paese (vedo battisti nell’incedere ritmato di ‘Anima D’Animale’ e Battiato ne ‘L’Ultimo Sogno Dii Arthur Rimbaud’). Perché si parlava nel nostro titolo di fascino acquoreo? Perché l’arte di Righini sta proprio in questa prospettiva fluida della musica, dove la strumentazione, quasi accarezzata, (anche i pochi assoli di chitarra elettrica raddoppiano il senso quasi ‘mistico’ dell’emissione) accompagna in modo suadente il canto pacato ma sentito dell’artista. Tutta l’operazione ci sembra riuscita (le mie personali preferenze vanno a due brani ‘Non Ho Tempo’ e ‘I Fiori Di Plastica Sono Per Sempre’), perché la proposta di Righini è anche bina: nell’elegante ‘astuccio’ oltre al cd troviamo un libretto con diciassette (non deve essere superstizioso il nostro!) mini racconti che in qualche modo fanno il pari coi testi delle canzoni. Testi mai banali, ma degni compagni di una progetto effettivamente fascinoso ed inusuale: ogni movimento lento dondola/in apnea/ ogni istante mi rincorre senza fretta senza età/ pesci rossi sulle mensole/ squali nella tv/ preferisco il pesce luna sul soffitto/ tra le stelle lassù/ in apnea/ogni movimento lento dondola/ e sai già/ sai che per toccare il fondo ci vorrà giusto l’eternità. (Alfredo Ronci) top

 

LA STAMPA

Giuseppe Righini è uno dei musicisti che più emerge dalla meritoria raccolta La leva cantautorale degli Anni Zero. Per questo, giovedì scorso, ho assistito al suo concerto-presentazione del secondo disco, In apnea. Rimini, Teatro degli Atti, Befana. Tre anni prima c’era stato Spettri sospetti, più cantautorale e forse caposseliano. Giustamente lodato dalle riviste di settore. Con In Apnea, il 38enne riminese ha lavorato per sottrazione. Disco più scarno e anglosassone, sia nei testi (meno storie, più immagini) che negli arrangiamenti prosciugati. L’esibizione sul palco è stata buona. Una minore teatralità nella gestualità gioverebbe, come pure l’abbandono della forma vetusta concerto-reading, ma son gusti – e il disco, edito da Nda Press e Interno 4 Records, è pur sempre composto da cd più libro di microracconti. David Sylvian è l’influenza maggiore. L’atmosfera generale ricorda anche le cose più pensose di Andrea Chimenti, autore che meriterebbe maggior fortuna. Splendide le illustrazioni di Alexa Invrea. Righini ha voluto sottrarre brutalmente. Legittimo, coraggioso. Ne è nato un lavoro più internazionale che nostrano. Bene. In apnea migliora di ascolto in ascolto. Bene anche questo. I rischi sono però due. Da una parte un disco a uso e consumo personale, comunque poco comunicativo. Dall’altro una spigolosità elitaria, in debito di forza e ritmo. Le dodici tracce, oltre che in apnea, risultano qua e là esangui. Anemiche. Se quindi Spettri sospetti – che personalmente ho scoperto solo adesso – era più immediato, In apnea richiede attenzioni maggiori. E’ il caso di canzoni a cui Righini pare tenere molto, come I Fiori Di Plastica Sono Per Sempre, la title track, Non Ho Tempo e L’Ultimo Sogno Di Arthur Rimbaud. Lo scatto è altrove. In quattro episodi, più esattamente. Quelli in cui non si rischia di fraintendere l’idea di pauperismo d’elite con quella di ripetitività cupa e un po’ addormentante. Quelli in cui l’arrangiamento dona spessore ulteriore a testi e voce (entrambe di pregio). Si ascolti l’iniziale Anima D’Animale, nata da una riflessione sulla cucina povera del quinto quarto e divenuta analisi del rapporto tra uomo e animale: tra anima e carne. Non comune anche la capacità evocativa de La Luce Del Sole Alle Sei Di PomeriggioE Mio Padre Se Ne Vola Via era uno degli apici della raccolta Tenco/Mei sulla leva cantautorale degli Anni Zero, e qui conferma tutta la sua bellezza. Il brano che più focalizza l’idea di canzone liquida è poi Satellite, gioiello rarefatto dove tutto funziona: voce sussurrata, arrangiamento spaziale, coda nervosa. Queste quattro canzoni, soprattutto queste quattro canzoni, testimoniano come Giuseppe Righini abbia cose da dire e spesso sappia dirle. Da seguire. (Andrea Scanzi)  top

 

E20 ROMAGNA

E’ un’ anomalia il nuovo disco di Giuseppe Righini. Un’ anomalia perchè In apnea è ispirato dalla delicatezza dello spirito e dalla poetica della vita, tutti sentimenti che in questa epoca grigia sono un valore negativo. La sfida è quindi tutta nel risultato finale, nel senso se la battaglia, anche se utopica, è stata vinta. Il secondo album dell’ autore riminese, a due anni dall’ esordio Spettri sospetti, sempre pubblicato dalla benemerita Nda press/Interno 4 records, dimostra un’ evoluzione brillante verso una moderna canzone d’ autore, e che amplia la sua figura grazie alla scelta di allegare anche una serie di racconti all’ interno della confezione, ma ne scriveremo dopo. Il disco è trapassato da un suono asciutto, malinconico che sa far trasparire le sue influenze senza farle mai diventare qualcosa di derivativo. Così se il brano d’ apertura Anima D’ Animale ha un languido passo che chissà perchè mi ricorda il Battisti de “La batteria, il contrabbasso eccetera”, Satellite si muove su trame lievi e lisergiche, mentre Sul Grande Pendaglio ha un passo da marcetta surreale quasi Burtoniano (nel senso di Tim), e Marta è una moderna canzone pop. Ecco, da quà passa il concetto del disco, una nuova canzone pop è la sfida di Righini, che può essere d’ autore e allo stesso tempo uscire dalle maglie a volte strette della filosofia “alternativa”. Anche grazie al suo gruppo che vede suonare Fulvio Mennella al basso, Massimo Marches alle chitarre e Diego Sapignoli (oramai il Jim Keltner della costa Adriatica) alla batteria che riesce a donare “un suono” al disco. Che ha nelle parole una parte fondante, che passano da intuizioni illuminanti come “La luce del sole alle sei di pomeriggio/ si sgretola” (La Luce Del Sole Alle Sei Di Pomeriggio) , oppure “I fiori di plastica sono per sempre/ il tempo non li sciuperà” ( I Fiori Di Plastica Sono Per Sempre) . Ma anche ricordi seppiati del padre in E Mio Padre Se Ne Vola Via o piccole autobiografie e biografie della nostra vita interiore. Così un po sorprende che invece i brucianti diciasette racconti bravi che impreziosiscono il libretto, una tradizione dell’ etichetta creare confezioni di assoluto valore, siano invece urbani, disincantati e spesso feroci istantanee, così diverse dai testi delle canzoni. Due aspetti di un’ anima, un’ esempio di come la canzone sia un’ altro stato dell’ anima. E guardando la confezione del disco, mi ritorna in mente la idea del collettivo Phon di Faenza che cerca di dimostrare in tempi di non curanza digitale quanto il disco sia un’ oggetto d’ arte, ed è quello che il packaging di questo album crea, con le affascinanti illustrazioni di Alexa Invrea che impreziosiscono tutte le pagine, e la copertina del disco, un’ esempio di amore per l’ arte che non può che fare applaudire per il coraggio della scelta. Alla fine la guerra contro la quotidianità non è certo definitivamente vinta, ma per questi 50 minuti di musica e il tempo della lettura dei racconti di Righini la battaglia è vinta. (Luigi Bertaccini) top

 

CORRIERE DI ROMAGNA

Rimini. Questa manciata di pensieri non si apre a freddo: “In Apnea” di Giuseppe Righini – il disco-libro che sarà presentato in concerto questa sera al teatro degli Atti (ore 21) – è per chi scrive soprattutto il lavoro di un amico di vecchia data. Non mi sarei azzardato altrimenti a fare l’esegesi di un lavoro cantautorale. Non solo, è l’opera seconda di chi mi ha svelato in 24 anni di conoscenza un’infinità di orizzonti musicali. mentre m’imbevevo di Miles Davis e John Coltrane, di musica sacra e di Franco Battiato, Giuseppe mi svelava i dischi dei Japan, di David Sylvian, dei Rain Tree Crow, mi segnalava brani bellissimi di artisti a cui non avrei attribuito una sola canzone decente o m’invitava ad ascoltare compositori e musicisti a me del tutto sconosciuti. E’ con Giuseppe che rincorremmo Jeff Buckley nelle due uniche date italiane aperte al pubblico nel 1995, che si scoprì insieme il padre Tim, che ci si consumava nell’ascolto delle partiture scure e dissolventi del neoromanticismo che la new wave e il dark offrivano. Insomma, nel mio minimo mondo, Giuseppe è stato per la musica popolare e di ricerca l’equivalente di un appassionato erudito, di un connoiseur minuzioso e innamorato dei suoi ritrovamenti: per questo penso che “In Apnea”, molto più che “Spettri Sospetti” di tre anni fa, rappresenti un riuscito impasto di sottili riferimenti e più velate evocazioni, tutte avvolte in un accumulo di ovatta notturna: è un calarsi in un bozzolo di ragno piuttosto che in una polla d’acqua. Un tessuto, tuttavia, in cui la trama delle citazioni è così compatta da renderle irriconoscibili, ormai assimilate in un discorso che innesta molte suggestioni sonore straniere (inglese, tedesche, statunitensi) nella struttura tradizionale della canzone d’autore italiana (Andrea Chimenti, Vinicio Capossela, La Crus e tutte le molteplici fonti che affiorano nei loro percorsi ibridi). “In Apnea” continua fedelmente e porta all’estremo il discorso di “Spettri”, perfezionando l’idea di un’impenetrabile compattezza ritmico stilistica. L’andamento crepuscolare e avvolgente del disco è scandito da un passo incantatorio che tiene insieme, quasi cucendole, ballate, walzer, filastrocche, ninne nanne, al fine di assecondare una sensibilità per il canto sussurrato che da anni è la cifra esclusiva della vocalità di Righini, misteriosamente contenuto nella volontà di non aprire mai il suono a un grido, a un lamento, di non lasciarsi andare. Ma la nenia serve appunto ad aggirare l’udito, a fare in modo che il cuore non si sveli, che il racconto si chiuda su se stesso e riprenda per esorcizzare il terrore di dirsi, per il dramma semplice e terribile della nudità. Cantare serve a procrastinare la morte di sè. E’ il basso di Fulvio Mennella, co-produttore artistico del disco, che riesce a serrare le fila di un’ispirazione così unitaria e al contempo a modularla con ricchezze cromatiche, minime svolte, fratture anestetizzate. “In Apnea” è un lavoro sofisticato, involto nella fiaba inquietante delle illustazioni pittoriche di Alexa Invrea, nell’eleganza accurata che l’ornato polistrumentale di Massimo Marches e Diego Sapignoli annoda intorno ad ogni pezzo, nei diciassette girotondi narrativi che si aprono come cerchi surreali in un buio stagno. Ma fin da “Anima D’Animale“, che mi rimanda stranamente a “The Blood” dei Cure, si sente il bisogno di un urlo che non si vuole far giungere, mentre il canto si perde come un treno nella nebbia, serpente che si morde la coda, pronto a ricominciare da capo. (Alessandro Giovanardi)  top

 

LA BRIGATA LOLLI

Racconti e canzoni trattenendo il fiato. “Aghi di insetto/ mani da gorilla/ unghie di gatto/ pancia di cavalla/ schiena di mulo/ denti di murena/ occhio di falena/ penna di gallo/ antenne di formica/ ali di manta/ guscio di lumaca/ ossa di cane/ pelle di elefante/ naso di porco/ sangue di bisonte/ quale specchio si frantumerá?” Un bell’incipit. Toti Scialoja? No, Giuseppe Righini. Cantautore romagnolo. Uno bravo, uno tosto. Vedi sotto voce John De Leo, Tetes de bois. Già autore di un ottimo “Spettri sospetti” qualche anno fan esce ora con un ancora migliore “In apnea”. Righini è uno che non si contenta. Non gli basta fare un disco, ci aggiunge un libretto che ha lo spessore di un libro e un po’ anche l’ambizione. Dodici canzoni e 50 minuti di musica. Un libro con 17 racconti, illustrato da Alexa Invrea. E scegliere cosa piaccia di più è compito arduo. Belli i racconti, magnifici e disegni di Alexa, affascinanati le canzoni. Perché scegliere? Teniamocoli tutti e mandiamolo al volo tra i preferiti dell’anno. Qualche sonorità anni sessanta, voce filtrata, atmosfere rarefatte, ambiente favolistico per racconti di vetro che non si arrampicano mai per le scale della banalità. Cosa potremmo volere di più? Per oggi mi basta. Le qualità di Righini sono soprattutto letterarie. Lo dimostrano i racconti, ma anche la cura nei testi. Le canzoni, in quanto distillati, scelgono strade più oniriche, i racconti tengono sempre l’immaginario come probabile, ma si legano più a cose di questa terra. I testi delle canzoni fanno musica tra gli altri strumenti. Le consonanti esplodono e le vocali liquide fanno da collante sonoro. Seguiamole in mezzo a storie d’amore, far le capriole tra un synth ed un bel suono di chitarra. Deliziosi quei “I Fiori Di Plastica Sono Per Sempre“, inquietante “Anima D’Animale“; di alto livello “E Mio Padre Se Ne Vola Via“. “In Apnea” sembra un estratto da John De Leo. Una canzone rimasta senza fiato che si muove liquida su un tappeto irto di microsuoni. Siamo sul versante più onirico, tra pesci luna su soffitto, squali nella tv, pesci rossi sulle mensole (che ci possono anche stare). Non fosse che la vita è vista dal fondo del mare. Altro episodio da segnalare e da segnarsi. Forse l’unico limite di queste micro-suite con pesce è che trapassano l’una nell’altra quasi senza avvertire. Forse manca un po’ di varietà di arredamenti sonori. E la voce, appena sussurrata e quasi in apnea, facilita questa uniformità di fondo. Annoia? Quando mai! Giuseppe riesce sempre a trovare guizzi anche nelle canzoni più tenui come “Satellite“. C’è sempre un motivo per ricordarsele. Sarà anche per questo che quando arriva “E Mio Padre Se Ne Vola Via” e la successiva “Sul Grande Pendaglio” si prende un po’ il fiato. Intendiamoci, qui non si fa rock & roll, i ritmi sono sempre più che rilassati, ma queste due canzoni sono più vivaci. Scanzonata “Sul Grande Pendaglio” e quasi divertita. Più pregnante “E Mio Padre se ne Vola Via che comunque descrive un distacco. Anche “Marta” ha grinta a sufficienza per incidersi nella memoria. “L’Ultimo Sogno Di Arthur Rimbaud” per me paga pegno alla mia fissa che é meglio non tirare in ballo nell’ambito canzone i personaggi storici o letterari. Sono tutti troppo usati e ti costringono a semplificazioni. Una canzone minore anche in questo caso. Preferisco di lunga “La Luce Del Sole Alle Sei Di Pomeriggio” o “Si Qui Ora” che sanno meno di esercizi di stile, anche se, formalmente, “L’Ultimo Sogno Di Arthur Rimbaud” è superiore. La differenza è che la sento meno “necessaria”, posto che in termini di canzoni si possa parlare di necessità. “I fiori di plastica sono per sempre/ il tempo non li sciuperà/ e profumeranno di nuovo/ nell’attimo esatto in cui lei tornerà / Il cuore si beve un bicchiere di neve/ il sangue si addormenterà/ la vita pazienta, la giostra rallenta/ del tutto non si fermerà./ Ma non importa/ che cosa conta/ se tu non ci sei più vicino a me” (“I Fiori Di Plastica Sono Per Sempre“). “Non ho tempo di fermarmi qui/ rimaner così/ abbracciati/ ad un sogno che non durerà/ mi addormento tra i papaveri/ e rimango lì a guardarti/ a saperti ad un passo da me/ domani” (“Non Ho Tempo“). “Un dito in bocca per testare i venti/ lo sguardo fiero verso gli orizzonti/ il tempo era perfetto per volare/ ed anche quello giusto per fallire/ si va … si va … ti dico che si va/ ne sono più che certo, parto oggi vado là” (“E Mio Padre Se Ne Vola Via“) Ma non fermatevi alle canzoni, non fate questo errore. O, almeno, non subito. Sennò cosa ve lo consiglieremmo a fare. Leggete il libro. Leggete i racconti di Giuseppe. Che sono diversi dalle canzoni, perché diverso è il mezzo, ma sono quasi altrettanto onirici e forse ancora meglio strutturati. Non è Giuseppe uno che lascia molto al caso. I suoi lavori non danno mai né idea di fretta né di scarsa cura. Tutt’altro. Sono limati, ordinati, ricchi e organizzati secondo una logica che non è quella del caso. I magnifici disegni di Alexa Invrea sono a loro volta materiale narrante, da fruire, da scoprire, da analizzare, da leggere assieme ai racconti e da ascoltare assieme alle parole. Soffermatevi su quello di “In apnea” o sull’immagine riportata qui a fine pagina e sentirete l’immagine raccontare, la pagina cantare e le canzoni risolversi in immagini. Giuseppe Righini fa parte della generazione dei cosiddetti “Anni zero” e infatti un suo brano (“E Mio Padre Se Ne Vola Via” è presente anche in quella composita raccolta organizzata da Club Tenco e Mei per premiare e far conoscere la generazione cantautorale emersa durante l’ultimo decennio (o in fase di emergenza. Continuata). Non saprei dirvi se Righini è emerso o meno. So dirvi però che è uno di quelli che non passano inosservati. Attenzione ai ritmi lenti, alle parole sussurrate, ai sensi apparentemente piani: sono ipnotici. Vi porteranno via. In apnea. (Giorgio Maimone)  top

 

NERDS ATTACK

Con un po’ di ritardo vado a recensire il nuovo album di Giuseppe Righini che esce nella solita splendida confezione Interno 4 Records. L’impatto mi lascia subito perplesso, non mi aspettavo tanta “musica”. Nel primo bellissimo disco, un gioiello passato troppo in silenzio, ‘Spettri Sospetti’ la musica veniva messa in sottofondo, accarezzava delicatamente le sue melodie ancestrali arrangiate quasi solo dalla sua voce. La musica giocava con le parole ma senza entrarci troppo dentro, rimaneva ai margini, una tastiera sfiorata, una chitarra appena baciata. Non appena sento ‘Anima D’Animale’ invece rimango immobile. Addirittura una batteria! Ci ho messo un po’ per abituarmi ma ecco che il fragore esce proprio con questo che è forse il brano di maggior respiro, un ritornello splendidamente pop (due passaggi in radio e il successo sarebbe immediato… se solo si volesse) e con parole all’inizio strampalate che poi acquistano senso. Il Righini del primo album lo si trova in ‘Sul Grande Pendaglio’, anarchico girotondo da fanciulli con una semplice marcetta navale, ma anche nella agrodolce ‘E Mio Padre Se Ne Vola Via’, dove sarebbe facile cadere nella retorica ma Righini sa usare le parole, sa scrivere, e il testo è una dedica, che è sì personale, ma chi ascolta ne raccoglie dolcemente i suoi ricordi. Non è neanche un disco facile, alcuni brani come ‘Sì Qui Ora’ sono troppo intimi e non incidono. E’ un disco pop, indubbiamente, vicino a tanti nostri cantautori sia moderni che non (Ciampi, Battiato, Renga) ma che risente della teatralità degli Avion Travel nell’ultima piratesca e bellissima ‘Carne da Cannone’. L’unico difetto che gli riesco a trovare è il tono della voce. Mi piace, adoro la sua voce pacata, ma spesso rimane chiusa sullo stesso tono mentre quando la lascia libera di sperimentare come appunto in ‘Anima D’Animale’ e ‘In Apnea’ (una delle mie preferite) i risultati sono più lirici e suggesitivi. Dettagli, nulla di più. Album di classe, di un cantautore silente e umile. Ma superiore. (Dante Natale)  top

 

JAM

Primo disco solista per Giuseppe Righini, voce di una delle tante band che popolano gli scantinati chiamata The Hype. Il romagnolo ha fatto il salto trovando una dimensione che perfettamente gli si addice: il cantato italiano gli riesce molto meglio che quello inglese e la forma canzone, nel nuovo lavoro, è pienamente valorizzata grazie alla sensibilità nella scrittura e nella interpretazione. Disco intimo e colto, fresco ed evocativo. Curatissima la parte strumentale grazie anche ad alcuni ospiti come Xabier Iriondo e Andrea Chimenti. (Elisa Orlandotti)  top

 

IO DONNA CORRIERE DELLA SERA

Atmosfere noir cariche di fantasmi, di killer che ballano il tango, di ninne nanne tempestose, di delitti onirici. E’ l’opera prima di Giuseppe Righini, che alla sua Rimini dedica un’intensa Porti Aeroporti e Stazioni. Notevole Esordio.  top

 

ROCKERILLA

Album d’esordio per la neonata etichetta Interno 4 Records, dall’ambizioso programma di dare spazio alla musica italiana d’autore in un mercato così aspro e difficile come quello discografico, particolarmente qui da noi. Se il mattino si vede dal buongiorno, le premesse sono divenute realtà. Giuseppe Righini è un musicista intelligente, e in questo suo primo album solista (da anni collabora con la band The Hype), mostra evidenti vicinanze stilistiche con il Vinicio Capossela meno avanguardistico. Testi arguti e intelligenti, arrangiamenti divertenti e mai banali che traggono ispirazione a piene mani da jazz, tango un pò come, appunto, Vinicio e Paolo Conte hanno saputo fare e in questo ambito Giuseppe ha ricavato un proprio spazio con personalità e grinta e una notevole abilità nella composizione dei brani. (Massimo Marchini)  top

 

XL DI REPUBBLICA

C’è un fantasma tra di noi. L’hanno avvistato a Rimini. E’ un acchiappafantasmi, il riminese Righini. Di spettri che s’aggirano ansiosi (Il Fantasma del Museo), d’ectoplasmi di assassini innamorati (La Strage di San Valentino) o semplicemente in carne e ossa come simulacri che dondolano nei mari della disperazione (La Nave Fantasma). Tra citazioni shakespeariane e teatralità dark stile Tim Burton, il debutto del cantautore, pubblicato sull’etichetta di Massimo Roccaforte, ha la consistenza evocatrice di un carillon senza tempo, freddo e luminoso, lugubre e tetro. E le voci di Andrea Chimenti e Elena Bucci, e il sax baritono di Andy (Bluvertigo) esaltano e rafforzano questo concept album visionario e noir. 5/5 (Michele Chisena)  top

 

BLOW UP

Giuseppe Righini, voce appassionata incline alla forma autoriale che fu di nonno Endrigo e ha in Joe/La Crus un fratello maggiore arrivato prima. Il suo Spettri Sospetti è siglato tra gli altri da Andy dei Bluvertigo, Xabier Iriondo, Vincenzo Vasi, Andrea Chimenti e Diego Sapignoli, garanzie di qualità, oltre che dall’attrice Elena Bucci. Da seguire. (Enrico Veronese) top

 

IL TONNUTO

Siete in cerca di un disco per l’estate, da ascoltare senza impegno all’ombra di un ombrellone, magari sorseggiando un buon long-drink? Allora questo disco non fa il caso vostro, se invece sul far della sera o meglio all’avanzar delle tenebre interrotte solo dal pallore della luna, avete tempo e voglia di immergervi in un mondo poetico fatto di spettri, fantasmi, paure e dolori vissuti e rimasti reconditi, allora correte subito a comprarlo. “Non muoverti/ Non muoverti/ Rimani immobile/ Lasciamo tutto così com’è/ Non muoverti ecco così/ La luna piena che non ci ruba ci guida il cuor”, così la voce narrante di Elena Bucci accompagnata dal solo pianoforte introduce il disco, recitato fiabesco ed inquietante allo stesso tempo. Tango Santo apre le danze con ritmo sinuoso dettato dalla batteria di Diego Sapignoli e abbellito dalle vivide pennellate di pianoforte di Marco Mantovani, è una killer-story? Si forse in parte, ma i contorni non sono ben definiti, la luce di una onnipresente luna è scarna “Ma la luna si fece scura bella come una mantide/ Non temere non avere paura resto qui con te/ Ma la luna si fece scura bella più del marmo/ Non temere non avere paura resto qui con te”. Il Fantasma Del Museo introdotta da una musichetta lontana è ancora un quattro tempi affascinante, così come affascinante deve essere questo fantasma che ogni notte aspetta la sua amata “E lungo questi corridoi anche stanotte/ troverai per ogni tela una candela/ ogni mano una lucerna/ finché non arriverai qui da me”. La strage Di San Valentino è strepitosa, si apre con le fruste della batteria di Sapignoli, qualche tocco della chitarra di Massimo Marches e si chiude con lo splendido fraseggio della tromba di Enrico Farnedi, quasi a voler disperdere il dolore di cui è intriso questo testo, che resta comunque ambiguo e misterioso, senza rivelare dettagli e retroscena, ma giustamente non si tratta di cronaca ma di pura poesia fatta canzone, ecco allora i versi “E rinchiusi in un sacco ogni sogno come un gatto/ una pietra una fune ed il buio del fiume/ Scendono giù sul fondo/ Scendono giù sul fondo/ il nostro girotondo non finirà”. Una sirena di una nave e poi ecco che prende piede una delicatissima “Ninna Nanna Del Mare In Tempesta” che si insinua dentro il cuore e non ti lascia più con un testo splendido “Ninna nanna che pesa sugli occhi ma sa chiuderli solo a metà/ Ninna nanna dei passi d’inverno sull’asfalto delle nebbie del molo e del faro in fondo al porto/ Ninna nanna del vento fra i rami e del fiume di quella follia che divide i malati dai sani che ne segna lo sguardo e la via”. Rumori di passi, passi che si fanno ritmo ed ecco prender forma un’altra “Ninna Landa” che riprende, con voce sussurrata ed accurate sonorità, i versi di apertura del disco in una canzone che parla di un assassino “Bianco tormento vento che spinge contro questa porta di legno dipinto seppia pesante che non cederà/ Ma l’assassino è proprio qui ed è davvero più pericoloso star dentro che fuori stanotte”. Nuovo cambio di stile per la successiva “Il Fantasma Di Santa Clara”, è una ballata folk-popolare distesa, solare, anche se il tema resta ancora incentrato sulla morte e su un fantasma “Ma stasera lei guarda la luna/ sento che qualcosa tra noi finirà/ questa notte diventerà l’ultima/ domattina lei non ci sarà̀”. E’ decisamente rock e di quelli duri “Porti Aeroporti e Stazioni”, in cui si parla di una partenza all’alba da Rimini, città̀ in cui vive lo stesso Righini, una partenza davvero sofferta come suggerisce il finale “Rimini padre madre di mio padre di mia madre padre e madre/ Rimini primavera ciminiera di trent’anni forse bara/ Getti le braccia al collo dei tuoi figli muti dietro i finestrini/ Certe carezze e certi baci a volte fanno perder navi e treni”. “Ragni e Tele”, con una ritmica molto sostenuta da un dialogo tra il basso acustico di Andrea Alessi ed il sax baritono di Andy, riporta a temi noir trattati con la consueta ambiguità ed una luna sanguinante torna a far da sfondo “Guarda come scintilla bagnata dal pallido sangue della luna/ una collana di piccole gocce di brina che vale una fortuna/ Ma la fortuna sarebbe evitare la trappola del burattinaio mentre ci pattina intorno di notte di giorno sul bordo del vassoio”. “La Nave Fantasma” è una splendida, dolente canzone cantata a due voci con Andrea Chimenti e con un bellissimo testo che si apre così “A volte la vedo ancora passare quando mi fermo davanti a quel mare/ ossa di legno mangiate dal sale vele bruciate dal tempo e dal sole/ Dondola come una culla in un fiume/ scricchiola come una forca una fune e quelle vele in mezzo alle dune/ sembrano stomaci gonfi di fame”. “Bianca” è ancora una volta quasi sussurrata da Righini, è canzone delicatissima quasi fragile, ma contiene un po’ la chiave di lettura di tutto il disco che in fondo si presenta quasi come un concept-album “Parole chiuse nei cassetti del comò/ sotto i fazzoletti tra le fotografie l’eco di un silenzio lontanissimo e pacifico come un galeone in fondo al mare/ E le sue chiavi rimangono solo mie erano sono e rimangono solo mie”. Notevole esordio, disco da non lasciarsi sfuggire, da cui lasciarsi irretire. (Fabio Antonelli)  top

 

FUORI DAL MUCCHIO

La qualità, innanzi tutto. È questo il motto, per nulla nascosto, della neonata Interno 4 Records, avventura congiunta tra Assalti al Cuore, associazione che ha dato vita al festival omonimo, a Rimini, e la NdA (Nuva distribuzione Associati). La convinzione che la crisi della discografia sia alimentata dalla mancanza di prospettive originali, si unisce qui all’azzardo di far circolare idee nuove e di valore. Un cortocircuito ben pianificato, insomma, che muove il primo passo con l’esordio di Giuseppe Righini, riminese, cantautore, delicato ma non stucchevole artefice di pezzi leggermente oscuri e inquieti, dove gli spettri del titolo portano una luce che il giorno finisce inevitabilmente per oscurare. Danno un contributo nomi di tutto rispetto (Andy, Andrea Chimenti, Xabier Iriondo, fra gli altri), ma è soprattutto il tono tra il fiabesco e il teatrale che rende l’ascolto un’esperienza discretamente “fuori rotta”, fatta di un’elettronica a scomparsa, di rumori inattesi, e di una galleria di personaggi dal sapore fortemente letterario. La scrittura, in una sua declinazione attenta all’uso di parole e sfumature, e la musica, sottile e nello stesso tempo intensa, interagiscono molto bene. Una bella sorpresa, che svicola dal terreno necessariamente autobiografico di tanta parte della nostra scena, e si avvicina a un gusto per il racconto che ha radici popolari ottocentesche. Uscito fuori, almeno per noi, quasi dal nulla (in realtà canta negli Hype, recita e scrive), Righini ha tutte le carte in regola per essere un artista completo, come diceva quel tale. (John Vignola)  top

 

LA BRIGATA LOLLI

Prestate attenzione e aprite le orecchie. Merita. Nasce a Rimini nel 1973, questo è il suo debutto da solista, prima ha fatto parte della banda rock retrò degli Hype. Non li conoscete? Neanch’io. Ma, dice Righini sul suo blog che “essendo ragazzette di facili costumi abbiamo suonato praticamente per tutti, con tutti e dappertutto. Tralasciando festivalini, festicciole ed improbabili gemellaggi tipici e obbligatori in ogni gavetta che si rispetti, mi piace ricordare le aperture per Tiromancino, The Others, The Dirty Pretty Things e The Dears”. Insomma Righini non è un debuttante assoluto, ma è quantomeno una grande promessa. Già il disco parte bene, con un brano recitato da una voce femminile accompagnata da un pianoforte (“Non Muoverti“), ma è quando il lettore arriva al brano numero 4 che si rischia di fare un salto sulla sedia. “La Strage Di San Valentino” è un brano intimo, sussurrato, con accenti quasi gotici. E’ un canzone e i significati è bene che restino sospesi. Omicidio/suicidio? Disgrazia? Sfortuna? Il fatto è che l’attenzione viene rubata fino all’ultima frase: “e rinchiusi in un sacco ogni sogno come un gatto/ una pietra, una fune e il buio del fiume” e dopo la tromba di Enrico Farnedi ci porta via con sè. Stregati e affascinati. Brano tecnicamente perfetto. Ma partiamo dalla traccia 4 perché la 2 e la 3 non ci sono piaciute? Neanche per idea. “Tango Santo” è una storia di un killer a pagamento che sembra uscita da un film di Tarantino, al servizio di un tango caposselliano. Una murder ballad degna di un film dei fratelli Coen, che si inserisce bene in questa vicenda narrata e cantata, dove le atmosfere nere, ma mai cupe, dominano. Il terzo personaggio che incontriamo è “Il Fantasma Del Museo“. Righini ha di sicuro un suo stile e una sua poetica: musiche appena appoggiate, atmosfere scure, voce sussurrata. Non può non colpire già al primo ascolto. Non fosse altro per personalità. Ma l’attenzione è destinata non calare. “Ninna Nanna Del Mare In Tempesta” è una delicata ninna nanna come promette il titolo, ma il testo è tutto da segnarsi. “Ninna nanna del mare in tempesta/ cheper sempre ci dondolerà/ della vita di quel che ne resta/ e di quella che non tornerà ( Ninna nanna dell’orso dell’ape e del miele/ delle volpe dell’uva e dei campi di cicale/ Ninna nanna degli anni ubriachi che barcollano inciampiano e poi/ poi rincasano stanchi e perduti/ e si addormentano sorpa di noi”. Il canto della prima strofa è filtrato, come se arrivasse dalla dimensione di un sogno. E forse tutto il brano è a cavallo tra sonno e veglia. Che forse è un’altra caratteristica di tutto il progetto: noir, sghembo, onirico e dai forti contenuti teatrali. Un disco che da un lato culla, dall’altro fa venire i brividi. Anche nella successiva lenta e umorale “Ninna Landa“, che è il brano da cui parte l’avventura solistica di Righini, c’è un’assassino, mentre i fantasmi tornano nella delicata e vagamente neo-folk “Il Fantasma di Santa Clara“. Il clima cambia completamente nel brano a venire: “Porti, Aeroporti e Stazioni“, un rock duro e incisivo che però, giunti a questo punto del disco, ci sta a meraviglia. Drastico cambio di atmosfere sonore, ma anche narrative: qui si parla di una partenza all’alba da Rimini (“Rimini padre e madre/ di mio padre di mia madre, padre e madre”, “Rimini primavera”) e si chiude con un’altra frase da segnarsi: “Certe carezze e certi baci/ a volte fanno perdere navi e treni”. Il clima quasi da concept album viene ristabilito da “Ragni e Tele“, solo leggermente più carica e meno sognante delle prime canzoni, ma altrettanto imbevuta di umori noir. Un disco molto corto (poco più di 38 minuti) che segna anche l’esordio di una nuova casa discografica: Interno 4 Records è la label nata dalla collaborazione tra NdA (Nuova distribuzione Associati), prima distribuzione in Italia specializzata in editoria di qualità, e l’Associazione Culturale Assalti al Cuore, promotrice dal 2005 dell’omonimo festival di musica e letteratura di Rimini. C’è molta fantasia, molta infanzia, lo stesso clima tetro e dolce consacrato dal mondo delle favole. Un Walt Disney degli esordi, reinterpretato con la fantasia oscura di un Tim Burton. D’altra parte siamo in un disco dal titolo inequivocabile: “Spettri sospetti”. Chiusura con “La Nave Fantasma” e “Bianca“. “La nave fantasma mantiene tutto quello che promette: “Ossa di legno mangiate dal sale/ vele bruciate dal tempo e dal sole/ dondola come una culla in un fiume/ scricchiola come una forca una fune”. Paura? No, rispetto. E “Bianca” quasi tira i fili di tutto il discorso: “Parole/ chiuse nei cassetti del comò/ sotto i fazzoletti, tra le fotografie/ l’eco di un silenzio lontanissimo e pacifico/ come un galeone in fondo al mare”. E forse davvero non ci potrebbe essere migliore fotografia per definire questo strano disco eccentrico. Uno di quelli che magari non andreste a cercare, ma se vi capitasse di imbattervi in “Spettri sospetti” state in guardia: sarà molto difficile liberarvene. (Leon Ravasi)  top
 

MUSIC ON TNT

Ogni volta che in Italia nasce una nuova etichetta discografica, cerco di vestire i panni di giornalista, per riuscire, nel mio piccolo, a dare risalto a chi, con passione, tenta un’avventura difficile ma stimabile, affrontando un mondo musicale che vive all’interno di enormi difficoltà. Fortunatamente, proprio in questi ultimi tempi, ho il sentore che qualcosa si stia muovendo, in fondo, il ritorno in auge del vinile e la difesa dei grandi artisti a favore dei piccoli negozi di dischi specializzati, qualcosa dovrà pur dire. Probabilmente stiamo tornando ad un più ragionato culto della musica e ad una più oculata fruizione della stessa, che va ben oltre al triste e piatto suono dell’mp3 e allo scaffale vacuo e fastidiosamente mainstream del grande magazzino. Forse è solo una mia illusione, forse nulla migliorerà, ma ascoltando il primo disco della riminese Interno 4 records, mi sono subito reso conto che c’è chi ancora lotta per mutare gli eventi. Infatti il bel disco di Giuseppe Righini, vive di luce propria e fornisce una visione musicale diversa, che forse avrebbe avuto maggior presa attraverso il suono più ruvido e disturbato del vinile, per la sua semplicità ragionata che potrebbe benissimo trovarsi a suo agio nella trasmissione “Eclettica” di Giulio Caperdoni, sulle onde di rock fm. ”Spettri e sospetti” è senza dubbio un amabile disco, che tra distese oniriche e intervalli teatrali, riesce a raccontare con cantautorato piuttosto noir, cupezza e aperture mai del tutto ad ampio respiro. Un disco che nasce dalla verve teatral-creativa del riminese Righini, il quale riesce a popolare di bislacchi e beckettiani personaggi le proprie liriche, attraverso sapori inusuali come accade nella sorprendente “Il Fantasma Del Museo”. Una saporosità retrò che ci riporta agli anni venti, con il suo dolce ritmo in levare, attraverso i pensieri di un immagine spettrale, in perpetua attesa di una lei, che sembra divenire una macabra metafora di una morte pacificante. Le tinte noir del disco proseguono nella convincente “La Strage Di San Valentino”, in cui la voce dell’autore riporta alla mente i vocalismi di Mauro Ermanno Giovanardi, attraverso strutture poetiche che ancora una volta mescolano amore e thanatos in maniera criptica ed ermetica, attraverso un ottima prova vocale, e deliziose incursioni hammond. La chiusura, dettata dalla drammaturgia tromba di Farnedi e dal contrabbasso di Alessi, tiene le fila di una delicata struttura musicale, molto ben costruita sulla falsariga di un testo filmico d’autore. Il fil rouge prosegue con i versi “ …la notte che sta per finire è meno buia del giorno che sale…”, onirica visione estratta da “Ninna Nanna Del Mare In Tempesta”, in cui Xabier Iriondo, che i lettori di Music on tnt hanno imparato a conoscere ed apprezzare, mescola la sua sei corde con strampalati oggetti che divengono delicati strumenti. Ascoltando il disco è inevitabile poi risalire a fonti di ispirazioni come Vinicio Capossela, per certi versi omaggiato nell’alternative tango di “Tango Santo” e Daniele Silvestri che potrebbe apprezzare la rockeggiante “Porti Aeroporti e Stazioni”, che convince nonostante i toni fuori dai binari portanti del pacato e sognante disco. “Spettri sospetti” si chiude con la track “Bianca”, atto finale della prima opera musico-teatrale di Righini, che funge da chiusura per un viaggio, che spesso nel corso di questo romanzo in undici capitoli, è ben rappresentato con l’immagine della nave che solca un mare calmo. Una nave voluta fortemente dall’ Interno 4 record, grazie all’essenziale collaborazione della Goodfellas e della Nuova Distribuzione Associati (NdA), che hanno permesso ad un disco come questo di vedere la luce. Probabilmente non lo troverete nei centri commerciali, ma di certo nei piccoli negozi specializzati dove, come in un romanzo di Nick Hornby, incontrerete qualche esperto inserviente che vi consiglierà qualcosa di nuovo. (Loris Gualdi)  top

 

AUDIODROME

Di fantasmi e ninne nanne. Fa piacere, in un momento così delicato per l’industria discografica, venire a conoscenza della nascita di un’etichetta italiana come la Interno 4 Records. Piacere, perché il suo manifesto mette al primo posto la qualità tra le caratteristiche delle proprie produzioni. A giudicare dalla prima uscita – nonché esordio di Giuseppe Righini – la promessa è mantenuta. Sperando lo sia anche in futuro. Piacere, anche perché il progetto nasce dalla fusione tra la NdA (Nuova distribuzione Associati), specializzata in editoria di qualità e l’Associazione Culturale “Assalti al Cuore”, promotrice dal 2005 dell’omonimo festival di musica e letteratura di Rimini, di cui è ideatore e direttore artistico Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus: dovrebbe essere ulteriore garanzia della qualità citata poco su. Spettri Sospetti è una grande ninna nanna dedicata ai fantasmi che ci agitano e ci sospingono verso il vivere. Le coordinate musicali sono fornite dal Capossela degli esordi (non a caso spicca la presenza di Vincenzo Vasi), quello di All’una E Trentacinque Circa, però man mano che si procede nell’ascolto, spicca una certa personalità artistica di Righini, soprattutto per quanto riguarda i testi, ben costruiti, poetici e sarcastici. Dolcissima Non Muoverti, estrapolazione di Ninna Landa, recitata dall’attrice Elena Bucci. Con il costante accompagnamento di Marco Mantovani al pianoforte (e molto altro), Tango Santo e Il Fantasma Del Museo sono due tanghi densi di una forte emotività melodica. Emotività melodica tendente ad una soffice drammaticità che percorre tutto il disco. Sprazzi di chitarra elettrica alla Ribot qui e là impreziosiscono anche la dolente “La Strage Di San Valentino”. Xabier Iriondo (alla chitarra e a “pennelli e spugnette”) è il primo di tanti ospiti illustri ne la lugubre “Ninna Nanna Del Mare In Tempesta”, mentre in “Ninna Landa”, centro tematico del disco, ad affiancare Giuseppe alla voce c’è ancora una volta Elena Bucci. Ballata leggiadra ed intima con sguardo e orecchio tesi alla canzone folk/popolare “Il Fantasma Di Santa Clara”, tesa e più elettrica delle altre “Porti, Aeroporti E Stazioni”. Sapori di jazz malefico in “Ragni E Tele”, con il cameo di Andy dei riformati Bluvertigo al sax baritono. Spettri ispirati, in sostanza, per un esordio davvero di qualità. Che sia di buon auspicio per Righini e per l’Interno 4 Records. (Giampaolo Cristofaro)  top

 

ROCKIT

É bravo Giuseppe Righini, meglio dirlo subito e togliersi il pensiero. “Spettri Sospetti” è un lavoro maturo, intenso, significativo, è pop-cantautorale, che venera il santino di Vinicio senza trasformarlo in ossessione. Soprattutto nei primi pezzi emerge il Capossela a manovella, che viene però filtrato con personalità. Si parla di spettri, morti e atmosfere fantasmatiche, tratteggiate con tono disincantato: gli spettri sospetti non sono elementi altri o disturbanti, al contrario sono descritti come presenze naturali e pacificamente ineludibili. Partendo da questo assunto, Righini mette in mostra la propria capacità narrativa, bilanciandosi tra racconto vero e proprio e ritratto. Ci sono molti punti di contatto con i conterranei Lilli Burlero, rispetto ai quali il disco paga in freschezza ma vince in maturità compositiva e interpretativa. Tra i brani emergono “Ninna Nanna Del Mare In Tempesta“, “La Strage Di San Valentino” e “Il Fantasma Di Santa Clara“, ma anche “Porti Aeroporti Stazioni“, quasi una outtake dell’ultimo disco dei Virginiana Miller ed evidente riprova del talento pop di Righini. (Marco Villa)  top